aliceattraversolospecchio

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2 – 2 – 2- 4

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Non si tratta di una formazione per chissà quale squadra sportiva, ma sono semplici prpoporzioni utili a ricordare la ricetta della Sacher: 200 di farina, 200 di zucchero, 200 di burro (!!!) e quattro uova. Ovviamente aggiungere la solita bustina di lievito per dolci.

Un’altra interessante proporzione: 2 – 2-  4, quella per il pan di Spagna. 200 di farina, 200 di zucchero, quattro uova e la solita bustina di lievito.

Questi sono due esempi di vere ricette, impeccabili, “della nonna”. Sono le ricette tramandate da generazione in generazione. Facili da ricordare e garantite nel loro successo. Ti salvano al momento in cui sei al supermercato con l’idea di fare una torta, ma hai dimenticato di mettere giù la lista degli ingredienti. Ti evitano foglietti unti di burro o sporchi di cioccolato. Risparmiano il tuo computer aperto sull apagina internet per visualizzare l’ultima novità della pasticceria del web.

Qualcuno, a proposito, regalerà o vi regalerà libri di ricette per Natale? Mi dite voi che senso hanno se il web ogni giorno ci propon ricette aggiornate e persino corredate di leccorniosi video?

Written by aliceattraversolospecchio

24/12/2011 at 8:30 am

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Cosa si intende per competenza pragmatica

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Oggi, come spesso accade, a un mio alunno scappa una parola non proprio adatta al contesto scolastico (caz..). Io chiedo immediatamente “Sorry. Is that English?”. Lui arrossisce e chiede scusa. Rispondo che sono contenta se i loro interventi vengono fatti in lingua. Lui replica che sarebbe anche in grado di tradurre. “Bene! Fammi sentire allora cosa diresti in questo caso!” – Lui imbarazzatissimo: “Ma prof, è una brutta parola!”. Io “Ma come? In italiano che ti capiscono tutti la dici e in inglese che nel nostro contesto è quasi un codice hai difficoltà?” Dopo un po’ di insistenza/gioco l’ha detta. Con mio piacere, tra le tante versioni possibili, aveva pensato a quella appropriata. Questa chiamasi COMPETENZA PRAGMATICA.

Written by aliceattraversolospecchio

22/11/2011 at 11:19 pm

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Prenotazione obbligatoria.

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Reduce dalla tanto temuta gastroscopia. Come si poteva prevedere, l’ambiente sanitario siciliano mi ha dato adito a riflessioni.

Nella regno della PAT, Provincia Autonoma di Trento, se devi fare un esame medico di qualunque tipo, per prenotarsi, telefoni comodamente da casa al numero del CUP 800 et zifole, l’operatore chiede i tuoi dati e immediatamente accede alla tua cartella, sa dove abiti, conosce la tua età, e ha il quadro completo delle strutture pubbliche e convenzionate presso le quali puoi prenotare l’esame. a te spetta solo scegliere l’alternativa che più ti fa comodo e presentarti all’ora e al giorno stabilito. Forse ti toccherà un’attesa di circa una mezz’oretta, ma puoi star tranquillo che loro sono ben organizzati, così che puoi anche grossolanamente programmare attività per il resto della giornata, che scorrerà normalmente.

Anche a Palermo, nel Regno delle due Sicilie, prendi appuntamento, in maniera indicativa: ti danno una data e un orario. La data è sicura, l’orario chiamarlo indicativo sarebbe esagerato. Altrimenti, visto che è tutto prenotato fino alla fine dell’anno solare, se proprio hai necessità di fare un esame, puoi sempre tentare, a tempo perso, di avvicinare di tanto in tanto, sperando che proprio nella mattinata in cui ti fai vedere, sia stato cancellato un appuntamento e inseriscano te: ad ogni modo il CUP fino al 31 dicembre è andato in tilt e quindi preparati a fare fisicamente la spola tra ufficio CUP e reparto di tuo interesse.
Arrivi in sala d’attesa alle 9, immediatamente l’infermiera prepara ad uno ad uno i pazienti, che poi pazientemente (è la loro caratteristica del resto) attendono di essere chiamati, tutti con un ago ben fissato al braccio.
La porta tra la sala d’attesa e gli ambulatori viene quindi chiusa e assume carattere di mistero quanto accade al di là di essa. Ogni tanto l’infermiera fa capolino e viene assalita da mille domande, alle quali con grande flemma cerca di rispondere.
Ad uno ad uno, senza apparente criterio di turnazione si entra e, concluso l’esame, dopo un tempo indeterminato, ti fanno avere il referto e, soprattutto, ti staccano quel cavolo di ago che è stato attaccato fedelmente al braccio come una piattola.
Per ingannare l’attesa ti intrattieni con gli altri degenti su argomenti di ampio carattere: partendo dalla modalità dell’esame, dal freddo che fa nonostante sia ottobre, e non da ultimo, della fame che ti sta uccidendo perché lì siamo tutti digiuni.
L’uscita di ogni paziente è avvolta da un brusio generale: si tira ad indovinare, tenendo conto della postura e dell’espressione facciale, a che esame sono stati sottoposti: se li hanno controllati da sopra o da sotto.
Arriva anche il mio turno finalmente, dopo tre ore di attesa e di chiacchiera con la signora accanto “ca nenti intisi” (“che non ha sentito niente”), che “mi pareva ca mi avìano a nesciri l’occhi i fora!” (“che mi sembrava che dovevano uscirmi di occhi di fuori” – per la brutta sensazione data dalla gastro), dopo che mamma ogni ora è andata a mettere il solito “grattaevinci” per il parcheggio in zona blu.
Entro, mi sedano, mi mettono un aggeggio affinché mantenga la bocca aperta, mi fanno mettere di lato e dopo poco mi dicono di rimettermi supina. “Beh, quando cominciamo?”, dico io. “Se ne può andare: abbiamo finito:” Barcollante e narcotizzata lascio la sala, ma davvero me l’avranno fatta la tanto temuta gastroscopia? Un referto in mano effettivamente ce l’ho. Adesso si può finalmente tornare a casa e abbandonarsi, tra la macchina e il divano, a quanto resta dell’effetto valium.

Written by aliceattraversolospecchio

31/10/2011 at 5:25 pm

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Primo weekend di ottobre.

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Stare lontana dal posto in cui sei cresciuta, lontano dai colori che sempre ti rimarranno familiari, può portarti alla continua ed inesauribile scoperta di luoghi, se ti lasci animare da buon senso e un atteggiamento favorevole.

Questo weekend mi sono immersa nella montagna, toccando due punti estremi del trentino: ieri a est il tesino e oggi ad ovest la valle di ledro. Da entrambi i due punti viste mozzafiato sulle valli sottostanti.

 

Oggi mi sono piacevolmente fatta trascinare in un trekking sul Monte Misone, sopra Arco.

Si trattava di partire da 1000 metri dal parcheggio del rifugio San Pietro per raggiungere la cima a 1800. Era proprio il caso che io accettasi con tale entusiasmo una proposta che ritenevo al di sopra delle mie capacità?. Ma se non andavo oggi, non sarei andata più e gli amici avrebbero pensato che sono la solita tirapacchi.

Il segnale della SAT indica 2 ore e mezza di camminata, la cosa mi spaventa. Il sentiero nella sua prima parte è davvero orrendo. Certo non è un buon incipit per promuovere questa passeggiata, ma è l pura verità: si tratta si un cammino erto e fatto di sassi, sui quali il piede ha un appiglio incerto e in questi casi i bastoncini telescopici sono una salvezza. Dopo un tratto fatto di rocce si arriva alla sella, da lì il sentiero diventa di terra battuta. Quasi subito, sulla sinistra, si ha una magnifica vista sul Lago di Tenno e il suo impressionante colore verde smeraldo. Successivamente il sentiero torna ad immergersi nella vegetazione e nel giro di due ore scarse si arriva ad una radura, dove con grande sorpresa oggi alla Malga Misone si svolgeva una festa campestre organizzata dalla US di Tenno. Io quasi quasi decido di mollarmi lì, sul prato tra le mucche e prendere il sole, ma i miei compagni d’impresa mi incoraggiano a raggiungere la cima insieme a loro (40 minuti, secondo il fedelissimo segnale SAT). E dire che mi figuravo già il succulento panino con mozzarella e lattuga che mi sono portata da casa (è ormai troppo tempo che quest’esofagite non mi dà tregua). Che senso ha lasciare il gruppo e stravaccarmi sul prato? Lascio la banda? Ma no! Li seguo e con fatica raggiungo la cima anche io.

Era proprio il caso, me lo avevano anche ribadito. Dalla cima si ha una vista stupenda, che ripaga dopo la fatica e la noia del percorso. Si possono ammirare i monti di Trento: Bondone (Palon e Cornetto) e Paganella. Sotto la Paganella il Lago di Molveno, che da qui sembra piccolissimo e mi dà un senso di onnipotenza. Sopra tutto il panorama, ad ovest, si staglia il magnifico Massiccio del Brenta e al suo fianco l’Adamello mostra tra le nuvole il suo ghiacciaio. Ne valeva la pena! Arriva subito dopo di noi un gruppo di svizzeri abbastanza in là con l’età: si danno il saluto, il loro Bergheil che invece noi, da buoni italiani, abbiamo omsesso fiondandoci immediatamente sui nostri panini.

Dopo aver riempito gli stomaci recalcitanti e dopo il forte impatto con questo panorama così avvolgente, si riescono a scorgere con più calma e attenzione tanti altri particolari: il Castello di Arco sotto di noi, la strada che da Arco porta a Rovereto passando per Passo S.Giovanni e le tante cacche di capra sulle quali ci siamo distrattamente seduti. Le foto di rito, un giro di ricognizione sulle varie prospettive che la cima ci offre, una bella pennica sul lato sud del monte, che dà sul Lago di Garda e siamo pronti a tornare e affrontare la discesa, che non si prospetta per niente piacevole, dati i sassi che in salita erano già abbastanza fastidiosi. Al passaggio alla festa della US Tenno siamo accolti da canti e urla della gente che gioca alla morra. Qui non disdegniamo un’abbondante fetta di strudel che il presidente ci offre e scopriamo che l’associazione oltre ai corsi per diverse discipline sportive, organizza piacevoli incontri conviviali oppure passeggiate e ciaspolate in inverno.

Come previsto la discesa si rivela faticosa, anche per la mancanza di allenamento e a causa dell’alluce sinistro che duole per essere andata in passeggiata con le unghie lunghe qualche mese fa. I bastoncini si sono rivelati essenziali eppure non del tutto esaurienti: un paio di scivoloni non ce li risparmiamo, presi con gran filosofia tuttavia, anche se adesso sulla mia mano qualche sasso ha lasciato ben impressa la sua stampa.

La tanto attesa doccia purtroppo si fa attendere: sulla strada del ritorno, in direzione Rovereto, essendosi fatte le 18, ci imbottigliamo nel rientro dal Lago di Garda. L’entusiasmo e il rapimento di questa giornata, della sua fatica, dello spettacolo che ci ha offerto, l’atmosfera che si crea tra noi amici ogni volta che ci troviamo insieme, ci ha fatto dimenticare che anche in Trentino la domenica pomeriggio sul tardi si crea.

Cosa mi ha lasciato questa giornata? Intanto un paio di lezioni: bastoncini sono preziosi e le unghie vanno tagliate prima di andare a scarpinare (tanto adesso che arriva l’inverno chi me le deve guardare del resto?).
Sul corpo mi ha lasciato i segni della fatica, i muscoli delle gambe tesi, la stampa di un sasso sul palmo della mano dopo il mio ruzzolamento, il viso caldissimo dall’ultimo sole simil estate.

Porto con me una carica di adrenalina, un’energia con la quale nessuna compressina di intergatore al magnesio può mai competere.

Written by aliceattraversolospecchio

02/10/2011 at 9:51 pm

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Da che pulpito…?

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Domenica mattina, accendo la tv per svegliarmi piano piano. Su rai uno la santa messa. Ancora assonnata lascio su questo canale. Becco l’omelia. Ma che dice il sacerdote? “Il cittadino si sente vessato dal sistema tributario, ma le tasse vanno pagate in proporzione a quanto si guadagna.” … e poi continua: “Il signore è grande. Gesù si attorniava di prostitute e criminali e li aiutava non importa quale fosse la loro pena: era un benefattore.” Scusatemi, ma adesso vado a vedere quale era il vangelo di oggi, quale è stata l’ispirazione di tale predica, così tanto attenta alle polemiche infurianti sulla manovra e sul comportamento del nostro premier. Vado a vedere da quale pulpito parte la predica.

Written by aliceattraversolospecchio

18/09/2011 at 12:03 pm

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Weekend delle piccole cose.

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Weekend in Trentino

Tornata dalla Sicilia, questo è il primo dei tanti weekend che, , passerò in Trentino, un regione che pian piano conosco in molti suoi scorci, ma che data la sua orografia, riserva sempre nuove scoperte.

Eliminando i musei noti e le località turistiche tanto sponsorizzate, ho preferito dedicare due mezze giornate, poco impegnative, a luoghi non troppo noti.

A circa sei km da Trento, in direzione Riva del Garda, si trova il sobborgo di Cadine, da non confondere con Cadice, che sta da tutt’altra parte d’Europa. Il motivo di questa meta è stata la straordinaria e temporanea apertura del forte Austriaco.

Telefonando all’APT di Sopramonte è stato possibile prenotare la visita guidata, anche se poi mi è stato chiaro che non era necessario, in quanto le visite partono di continuo.

Il forte si trova proprio fuori Cadine, ovvero non è necessario entrare nel paesino di poche case e chiedersi dove sia (come invece ho fatto io imbattendomi in un forte appena più sopra – forte di sponda – che nel mentre è diventato un’abitazione privata).

Proprio prima di Cadine, basta prendere la rotonda appena fuori dalla provinciale per Riva (45 bis) e tornare nella direzione verso Trento. Il forte è lì, semimimetizzato sulla roccia, a ridosso nel tunnel. La guida ci illustra la composizione dell’edificio, che fu costruito durante le guerre di indipendenza e che si distingue da quelli della prima guerra mondiale (che si possono trovare in gran numero sull’altopiano di Lavarone), quando le tattiche belliche erano ben più sviluppate e gli arsenali per tale ragione venivano tenuti anche a distanza.

Appena entrati nell’area del forte, si può passare proprio sotto la struttura, da dove, al di là del forte, parallelamente alla statale per Trento, si snoda una gola attraverso cui scorre il torrente Vela e dove, scopro, si trovava la vecchia strada. fino alla metà degli anni ’90.

La visita al forte si sviluppa attraverso i pochi spazi chiusi, dai quali, attraverso le feritoie, si può avere una silenziosa prospettiva della trafficatissima strada che dalla valle dei laghi porta in città. Tuttavia la grande esclusività di tale visita sta nel fatto che il forte è rimasto aperto al pubblico solo questo weekend. L’apertura e il restauro sono stati festeggiati con eventi musicali e teatrali. Nel futuro il forte sarà aperto in via del tutto eccezionale per eventi e sarà visitabile alla scolaresche, che potranno svolgere attività didattiche in spazi appositamente dedicati.

Oggi invece ho voluto visitare una piccola mostra, in una piccola valle. Ad organizzarla è l’Istituto di Cultura Mochena, che si trova a Palù del Fersina, in Val dei Mocheni. La val dei Mocheni è poco conosciuta, forse perché è una valle chiusa, che non porta da nessuna parte, se non prima al Passo del Redebus e poi ai sentieri che portano al Lago di Erdemolo e a quello delle Stellune. Si apre a nord della Valsugana, superata Pergine e Sant’Orsola.

La Valle dei Mocheni ha sempre suscitato un forte fascino nel mio immaginario. Forse perché prende il nome dai suoi abitanti, tanto che appena arrivata in Trentino ti immagini quasi che si tratti di una popolazione fatta di fauni, fate e folletti. L’immaginazione non viene però disattesa, in quanto questa valle continua ad avere una forte impatto sul mio stupore: è stretta, intensamente verde, e non molto abitata. I paesini sono piuttosto dei caseggiati e sono contrassegnati da segnali bilingui, in Italiano e in Mocheno. I mocheni infatti sono gente di origine tedesca, che ha mantenuto una lingua simile a un dialetto bavarese di qualche secolo fa, una lingua che cambia di paese in paese, a distanza di pochi chilometri quindi, e che si mischia in vari modi al dialetto trentino e all’italiano.

Il tema della mostra era “I Krumer”, ovvero la storia dei mercanti ambulanti di origine mochena che si rifornivano di chincaglierie e stoffe nelle città del regno Austroungarico per rivenderle nelle valli dell’Alto Adige. Il loro fagotto, in legno o in stoffa, era causa di grande entusiasmo in ogni paese che raggiungevano, rigorosamente a piedi. La mostra illustra come la vita e l’attività dei Krumer sia cambiata nel tempo, a causa di leggi che permettevano o limitavano il loro commercio, sballottati economicamente tra Austria e Italia e anche grazie al progresso dei mezzi di trasporto.

La mostra è corredata di esaustive foto e didascalie e di un breve filmato di circa mezz’ora, denso di interviste ai Krumer di oggi e a chi li ricorda tra le immagini sbiadite della propria infanzia. Purtroppo i tanti documenti della mostra dicono poco sull’origine della parola “Krumer. Io ho supposto che derivi dal tedesco “krumm”, curvo: magari erano curvi sotto il peso della roba che portavano in giro.

All’uscita dall’Istituto di Cultura Mochena, la mia idea era quella di scavalcare Costalta per tornare costeggiando il lago di Serraia a Baselga di Piné. Tuttavia un baleno mi ha portato a prendere la provinciale sinistra Fersina, ovvero il lato della valle opposto a quello lungo il quale siamo salite. L’intuito mi ha detto che in un modo o nell’altro la strada ci avrebbe portato giù verso Pergine. Effettivamente così è stato: abbiamo attraversato gli altri paesini (caseggiati) Mocheni di cui avevo sentito solo il nome (Frassilongo, Fierozzo). La strada si ricongiunge a quella di andata passando per Canezze, dove il Fersina si ferma in un piccolo stagno e da cui si può percorrere la ciclabile, senza troppo sforzo. A Canezze, proprio di fianco alle case, si trova “Il Museo del Paracarro”: una parte di un’area verde,in cui sono ospitati paracarri di diverse provenienza nello spazio e nel tempo. Ogni paracarro è dedicato a un ciclista. Tra i tanti esotici paracarri dai diversi continenti, se ne trova persino uno siciliano, sulla quale targhetta però si legge un errore di non poco rilievo (sembrerebbe che Sciacca sia in provincia di Catania!!??). In questo modo si può passeggiare in un ambiente silenzioso e accogliente, lasciandosi trascinare dalle storie di questi ceppi così ordinatamente disposti lungo il sentiero.

Essendo domenica ed essendosi fatta ora di pranzo, difficilmente il giro in val dei Mocheni si concluderà in un panificio, come invece avrei sperato. Sarà per la prossima volta: mi dedicherò un bel giro in montagna verso l’ormai familiare Lago di Erdemolo e a concludere un meritatissimo pezzo di treccia Mochena (pasta lievitata con crema pasticciera e marmellata di Mirtilli).

Written by aliceattraversolospecchio

29/08/2011 at 12:19 am

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La principessa ranocchia

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La favola che vi racconto per certi versi somiglia alle favole di principesse e principi che chiunque conosce dalla propria infanzia, ma risulta fortemente stravolta nelle aspettative e nel finale. Non aspettatevi quindi sonni ad interim o baci di risveglio.

Si tratta di un sogno che ho fatto giorni fa, debitamente aggiustato in alcuni passaggi, che io stessa ancora mi chiedo da cosa sia stato generato.

C’era una volta in paese lontano lontano una principessa bella come il sole e candida come la neve. I suoi capelli erano lunghi, biondi e setosi. Aveva gli occhi di un turchese intenso. La principessa era dotata di grandi virtù quali l’intelligenza, l’acume e la pazienza. Era tanto paziente che pur avendo 30 anni passati era ancora in attesa del suo principe azzurro.

Un bel giorno, quando meno se l’aspettava, trovandosi a cogliere violette e margherite nel boschetto vicino al suo castello, incontrò un baldo giovane a cavallo di un destriero bianco.

Era un giovane appartenente ad un influente casato di un regno lontano.

Fu amore a prima vista. La principessa non si seppe spiegare il motivo di tale infatuazione. E immediatamente si fidanzarono, promettendosi amore eterno.

Dapprima il loro rapporto era ideale, proprio come si conviene nelle favole tanto amate dai bambini.

Tuttavia la routine quotidiana portò alla luce le incongruenze tra i loro caratteri. Il principe infatti aveva un’abitudine che la principessa difficilmente riusciva a mandar giù: troppo spesso passava i suoi momenti liberi coi piccioni viaggiatori, che lo tenevano costantemente informato su quanto accadeva nei regni di ogni dove. Nonostante ne avessero parlato a lungo e di frequente, il principe era solito dedicarsi al suo hobby preferito e un giorno la principessa, stufa di passare in secondo piano, decise di mettere fine alla loro storia d’amore.

Il principe infuriato non accettò tale smacco. Era tanto offeso e indignato per il trattamento ricevuto che fece ricorso alle sue arti magiche, di cui la principessa stessa era ignara. I suoi poteri lo trasformarono anche nell’aspetto e divenne così brutto che gli crebbe persino la barba. Dal suo volto coperto da ispidi peli bruni, brillavano i suoi occhi, di un blu più intenso di quanto mai li avesse avuti e da loro traspariva il male dal quale era inebriato.

Con rabbia e forte rancore si servì dei suoi poteri per trasformare la bella principessa in un rettile, in un drago e infine in un ranocchio piccolo, brutto, verdognolo, viscido e privo di parola.

Essere privata della propria bellezza era la cosa peggiore che potesse accadere alla principessa.

Il principe cattivo le disse “Se vuoi tornare bella come sei sempre stata, dovrai sposarmi e sottostare al mio volere per l’eternità!”

Davanti tale scelta la principessa non esitò un attimo e, dato che la sua bellezza era quanto di più caro avesse al mondo, accettò la proposta del principe e divenne sua moglie per il resto della sua vita, rimanendo bella, fin tanto che il passare del tempo glielo concesse.

Written by aliceattraversolospecchio

09/08/2011 at 1:01 am

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